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27
Apr

L’esperienza delle insegnanti: Simona

Ancora dalle sede di Porta Palazzo (via Genè), arriva il racconto di un’altra nostra volontaria, Simona Bosio. La sua ricca esperienza di vita (ha svolto la professione di avvocato e fatto volontariato in realtà difficili), di “immigrata privilegiata “, come lei stessa si definisce, le ha consentito di comprendere fin dall’inizio il punto di vista e le difficoltà delle nostre allieve, diventando punto di riferimento non solo per la sua classe, ma per tutta la sede. La conoscenza di diverse lingue e la sua particolare sensibilità rendono particolarmente prezioso il suo impegno con MIC proprio in questa sede, che, a causa della posizione nel quartiere più multietnico di Torino, accoglie donne e bambini non solo di cultura arabo-islamica, ma anche provenienti da Stati centroafricani e dal Sud America.

 

“Sono Simona e sono un ex avvocato. Insegno italiano in via Genè.

Ho un figlio (ormai diciottenne) e un marito, con cui alcuni anni fa ho deciso di ‘stravolgere’ i miei iniziali progetti di vita. Mio marito, nel corso degli anni, ha avuto alcune opportunità di andare a vivere e lavorare all’estero e, ad un certo punto, abbiamo deciso che ci saremmo spostati tutti e tre e che avremmo fatto tesoro dell’esperienza. Io – non senza qualche difficoltà – ho sacrificato la mia attività professionale.
Tra il 2013 e il 2017 abbiamo vissuto in Brasile, paese meraviglioso, dove però ci si scontra quotidianamente con realtà complesse, che – più di altre – fanno riflettere sulle ingiustizie, sulle difficoltà della vita, ma anche sulla forza della solidarietà. In Brasile, ho iniziato a fare volontariato in un ‘Abrigo’: casa famiglia in cui vi erano ragazzi, ragazze, bambini e bambine provenienti da situazioni familiari impossibili. E’ stato psicologicamente provante, ma assolutamente arricchente: ho capito che sapevo mettermi in gioco e che ero brava a creare rapporti.

Foto di gruppo davanti alla Mole Antonelliana durante un’uscita didattica

Quando sono rientrata in Italia, ho cercato un’associazione in cui potessi mettere a frutto ciò che avevo imparato e mi sono imbattuta nell’associazione Mondi in città e nella scuola di italiano e cittadinanza alle donne immigrate.

Sono entrata un po’ timorosa: tutte insegnanti, ex insegnanti, psicologhe, pedagogiste… Che ci stavo a fare io, con nessuna esperienza di insegnamento, salvo quella fatta – durante gli anni all’estero – con mio figlio e con stranieri che studiavano l’italiano ovvero quella ‘respirata’ a casa dei miei genitori – entrambi insegnanti – fin dalla nascita?
E, invece, affiancata l’anno scorso a due donne meravigliose, Leonarda e Rosanna, e quest’anno ad un’altra, Daniela, (tutte con un bagaglio di esperienza infinita nelle scuola pubblica italiana), prima ho osservato, ho ascoltato, imparato, poi ho trovato il mio ruolo e il mio spazio di interazione con le colleghe, le mediatrici culturali, le donne coordinatrici di MIC e tutte le nostre splendide allieve.

Sfruttando le mie conoscenze linguistiche, ho spesso tradotto in inglese e in portoghese le ‘lezioni’ del percorso di cittadinanza tenute nel corso dell’anno dagli esperti via via coinvolti (dirigente della questura, medici, psicologhe, imam). Questo mi ha consentito di essere un riferimento linguistico per le ragazze delle varie classi: non solo quella nella quale insegno (III media) o ho insegnato (classe intermedia), ma tutte quante. Ed è stato bellissimo, perché davvero mi sono sentita utile: magari aiutando nella ricerca materiale di una casa o scrivendo alle allieve per sapere come stessero o per incitarle a credere in quello che facevano o ponendo – alla dottoressa intervenuta in una “lezione di cittadinanza”- una domanda talmente personale, che la donna interessata si vergognava di formulare di fronte alle compagne.

In classe durante gli incontri plenari di cittadinanza, Simona traduce per le allieve anglofone

In classe, invece, ho sempre cercato di pormi come un ex’immigrata (sebbene privilegiata): ho cercato di collocarmi sempre dalla parte delle allieve, che vivono in una realtà non loro, in un mondo estraneo che si conosce solo poco a poco, con una difficoltà estrema. Ho cercato di parlare con le ragazze anche di cose frivole o leggere (vestiti, bellezza, cibo), di scherzare con loro, di prenderle in giro e di prendermi in giro, perché potessimo – insieme – abbattere le barriere della diversità.
A settembre una ragazza egiziana mi ha regalato un vestito: era andata a cercare, nel suo Egitto, il vestito bellissimo che una sua compagna della Costa d’Avorio aveva indossato e che io avevo ammirato particolarmente. Un gesto bellissimo e non comune: un gesto da vera amica.
Io oggi non sono quella che ero prima di incontrare il MIC e via Genè.
Vedere che le altre donne (coordinatrici, colleghe, mediatrici, babysitter, allieve) credono in me, in ciò che faccio, in ciò che sono, mi ha cambiato. Vedere che ho contribuito a rendere un po’ migliore la vita degli altri mi ha cambiato. Vedere che ho strappato una risata in una ragazza o che gli occhi neri di un’altra si illuminano quando mi guardano mi ha cambiato. Ascoltare i progressi di tutte loro è un piacere immenso e vedere che queste donne sono orgogliose dei loro progressi non può lasciare indifferenti. Ricordare un’ex allieva dell’anno scorso, che ora lavora, e quello che mi ha insegnato sulla vita è l’ennesimo valore aggiunto di questa grandissima esperienza di condivisione e fratellanza.

Pic-nic di fine anno (maggio 2019) con le allieve del gruppo intermedio, le colleghe Leonarda e Rosanna e la mediatrice Latifa

Difficile fare a meno della scuola di via Genè e, in questo periodo di quarantena forzata, il vuoto è davvero enorme.
Simona Bosio”

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