Le prime esperienze in Italia di una nostra allieva raccontate dalla sua insegnante
Una nostra insegnante ha raccolto il racconto di una delle nostre allieve appena arrivata in Italia e del rapporto che si è instaurato tra loro. Anche ai tempi del coronavirus.
Eccolo:
Nel febbraio 2020, durante un giorno qualsiasi di lezione dell’anno scolastico mi trovo con le mie allieve di primo livello, digiune dell’italiano parlato, scritto e letto: analfabete già nel paese di origine, oppure donne appena giunte a Torino per ricongiungimento familiare.
L
e invito a tentare di raccontare qualcosa della loro vita, per allenarsi ad esprimersi nella nostra lingua: “Non importa se sbagliate, o se non trovate tutte le parole. Provate a parlare: dovete allenarvi a non rispondere solo con monosillabi alle domande che vi vengono poste. Coraggio, va bene qualsiasi argomento!”
Ed ecco Nadia (nome di fantasia), una giovanissima analfabeta, arrivata a Torino per ricongiungimento familiare, che all’inizio dell’anno aveva confessato timidamente di non aver mai preso una matita in mano prima di allora, inizia a raccontare.
Tre anni fa, incinta al settimo mese, appena scesa dall’aereo era stata colta da improvvise contrazioni. Il marito dopo averla portata a casa, chiamava l’autoambulanza che giungeva in pochi minuti: mentre il personale sanitario iniziava a prestarle le prime cure, risultava evidente che Nadia era già in travaglio ed il parto si presentava fin da subito difficoltoso. Si decideva perciò di trasferirla d’urgenza in ospedale, dove veniva sottoposta a cesareo giacché il bambino era già in sofferenza.
Benché la ragazza non conoscesse una parola d’italiano, durante il suo ricovero fu sempre trattata con delicatezza: i medici, le ostetriche e le infermiere si mostrarono molto gentili, sforzandosi di comunicare con lei in qualche modo, non volendo tenerla all’oscuro delle scelte che stavano facendo.
Dopo il parto il neonato risultò sottopeso e con gravi problemi di salute, sicché Nadia ed il suo bambino furono trasferiti in un ospedale maggiormente attrezzato, dove rimasero entrambi per molte settimane: anche in questa struttura Nadia fu assistita e trattata con ogni riguardo, tanto da conservarne ancora un gradevole e riconoscente ricordo.
Serena e sorridente, oggi ci tiene a raccontare la sua storia alle compagne di diverse nazionalità dell’Africa e di molteplici idiomi, cercando di usare l’unica lingua con cui possa essere capita da tutti: se non trova la parola o l’espressione si ferma, medita un momento e tenta un altro percorso, ma tutto in un discreto italiano. Tutte capiscono quanto le è accaduto anche se la formulazione delle frasi non è perfetta. Ma chi se ne importa: non era questo lo scopo iniziale…
Grazie a questa esperienza, il rapporto di Nadia con l’Italia ha preso una piega speciale: ci tiene a sottolineare che il nostro paese le piace tanto, che ha apprezzato moltissimo la gentilezza delle persone, l’efficienza del nostro servizio sanitario, specialmente nel momento dei due ricoveri con l’aiuto che hanno dato a lei e al suo bambino; che, dice ora, sta benissimo, anzi è tanto tanto “vivace”; usa orgogliosamente questo aggettivo che ho insegnato pochi giorni fa a tutta la classe, ma che poche riescono ancora a memorizzare. E aggiunge pure la considerazione che se fosse rimasta nel suo piccolo paese di campagna probabilmente il suo bambino sarebbe morto e forse anche lei.
Nadia è veramente in gamba: nonostante le difficoltà iniziali dovute all’analfabetismo di origine, alla vita in un paese straniero diverso per cultura, lingua e religione, è dotata di grande energia e volontà di ferro, che la portano a desiderare di imparare quanto più è possibile. Per esempio quando è in dubbio se scrivere “e” o “i”, oppure aggiungere una consonante doppia, mi guarda interrogativamente e le basta un mio cenno del capo per capire come procedere. È sempre sorridente e positiva e fa l’impossibile per adattarsi alla vita in Italia cercando di assumerne abitudini e cultura; è anche una cuoca eccezionale e in tre anni di soggiorno in Italia ha voluto imparare a cucinare i nostri piatti tipici di cui ci racconta le ricette oltre a mostrarci le foto delle sue creazioni sempre artisticamente composte e decorate.
E tutto ciò nonostante abbia diversi problemi di salute, il triste ricordo di un fratello morto recentemente in giovane età e la nostalgia per tutta la sua famiglia che vive lontano da lei. Spesso mi invia messaggi vocali o scritti su WhatsApp, oppure foto, filmati, emoticon. Mi vuole bene e ci tiene a dimostrarmelo; e la cosa è reciproca. Soprattutto ora, durante la lontananza fisica dovuta alla chiusura di tutte le attività a causa dell’emergenza del Covid-19, ci mettiamo in contatto con telefonate quasi quotidiane: desidero proprio farle sentire un po’ di quel calore familiare che certamente le manca.
Le immagini di questo articolo sono di repertorio e non ritraggono le protagoniste di questa vicenda, che desiderano entrambe l’anonimato.







